Lo sbatti e la gioia di non essere soli

Riflessioni sparse sulle difficoltà e sul significato del nostro impegno.

Premessa
Qualche giorno fa parlavo con Rocco, amico e compagno di strada. Era disilluso. Aveva appena passato una serata con un gruppo di “super-ribelli” che non riuscivano a discostarsi dalle dinamiche dei social. Proponevano facebook-bombing e instagram-bombing per le loro campagne. Inutile dire quanto questo meccanismo sia sterile e anzi porti acqua al mulino di bigTech.

Rocco mi guardava con gli occhi di chi ha appena capito che il nemico non è fuori, ma dentro le nostre teste. E contro un nemico del genere, non c’è speranza di vittoria. Poi, però, mi ha raccontato un’altra cosa. Dopo una sua conferenza, una giovane si è avvicinata e lo ha ringraziato. Non per le informazioni tecniche, non per i consigli su come blindare il telefono. Lo ha ringraziato «per avermi fatto sentire meno sola».

Quella frase mi ha spaccato in due. Perché in fondo è questo il nostro mestiere: non battere bigTech (che non è battibile), ma fare qualcosa per far sentire meno sole le persone come noi, quelle che “sentono” che c’è qualcosa che non va in questo mondo.

Oggi
Ho creato l’ennesimo account farlocco, per accedere a un podcast. Il fornitore di podcast non ha nulla in contrario a concedermi gratis tutto quello che chiedo, ma prima vuole sapere chi sono. Fin qui è cosa nota: se il prodotto è gratis, allora il prodotto sei tu, etc. etc.

Belle merde, sia detto per inciso, visto che si tratta di RaiPlay, azienda pubblica, finanziata con le tasse e con un canone estorto (grazie Renzi) obbligatorio sulla bolletta della luce, a meno che ogni anno non si faccia una danza wodoo sul piede sinistro cantando un mantra indonesiano, e si spedisca la prova di quanto fatto a una casella postale di Torino. Entro il 31 gennaio.

Con un po’ di escamotages si riesce a inscriversi al servizio di podcast senza rivelare chi siamo: una email farlocca, con un alias che punta al nostro indirizzo reale, diamo la conferma, et voilà, il gioco è fatto. Ma, come sempre avviene, ci sono mille ostacoli a rendere difficile un’operazione che già di suo è una rottura di cazzo. Inizia il mio ISP, il fornitore di domini, che mi dice che non aggiorno la password da tanto tempo, e allora sono gentilmente costretto a cambiare la password (ora!). Ma sono con lo smartphone, e non sono uno di quegli adolescenti che spippolano sullo schermo touch a mille all’ora. Così mi alzo dal divano, e accendo il PC, cambio la password, aggiorno il password manager, creo l’alias, mi iscrivo a RaiPlay (per sempre maledetti), apro la mail che mi arriva (“ciao Loretta“), rispondo, e sono iscritto.

Ma… che mi sono iscritto a fare? La domanda mi gela la schiena. Uno sbatti tremendo, e non mi ricordo il perché. Scorro la cronologia del browser dello smartphone, ah, ecco! Un podcast di otto minuti sulle fabbriche intelligenti. Al terzo minuto mi rendo conto che le fabbriche saranno anche state intelligenti, ma l’autore del podcast certamente no. Ecco come perdere un’ora della mia domenica mattina.

Il problema non si esaurisce qui: io sono un individuo mediamente dotato di intelligenza, molto dotato in termini di propensione al sacrificio, e, se si tratta di paranoia e allergia al controllo, un autentico fulmine. Per cui questo sbatti lo faccio, la maggior parte delle volte. Ma gli altri e le altre? Gente meno paziente di me, meno cosciente, meno abile? Deriva totale.

E questa deriva è lo specchio della deriva totale della nostra società, visto che non solo i soldi, ma pure le informazioni tendono a concentrarsi nelle mani di pochi. E se alla concentrazione di ricchezza, storicamente, c’è sempre rimedio, a quella di potere, già meno.

La domanda è questa: non c’è un sistema per anonimizzazione di massa, per i diseredati che intendono avere accesso alle informazioni (anche di merda per carità) senza dare la propria vita in cambio? Possibile che nessuno, in rete ci abbia pensato?

La risposta è che l’anonimato di massa non esiste perché la massa non lo chiede. La massa vuole la comodità, e la comodità oggi si paga con i dati. I pochi che si sbattono sono considerati paranoici. E lo sono, effettivamente. Magari c’è una sottile differenza tra la paranoia del malato e la paranoia di chi ha capito che il mondo è davvero ostile: noi non siamo malati, siamo svegli. Ma sempre di paranoia si tratta.

E qui torno a Rocco, e alla ragazza che lo ha ringraziato. Perché forse la nostra missione non è rendere anonima la massa. Quella battaglia è persa in partenza, perché la massa non ci segue. La nostra missione è far sentire meno sole le persone come noi, quelle che sentono che c’è qualcosa che non va.

La gioia, quando riesci a liberarti anche solo parzialmente, anche solo per un account farlocco su RaiPlay, è la gioia di sapere che per un attimo hai sottratto un pezzetto della tua vita al Grande Fratello. È una gioia minuscola, quasi patetica. Ma è reale.

E se riesci a condividerla con qualcuno, se riesci a dire “guarda come ho fatto”, e qualcuno ti risponde “grazie, mi hai fatto sentire meno solo”, allora quella gioia diventa politica.

Non cambieremo il mondo. Ma possiamo costruire isole. E le isole, nella storia, sono sempre state il posto dove si salvavano le cose quando il continente bruciava.

Oggi ho perso un’ora della mia vita per un podcast di merda. Ma ho anche passato quella noia a scrivere queste riflessioni. Forse non è stato tempo perso. Forse è stato tempo investito in quella cosa rarissima che si chiama pensiero critico.

E quello, al momento, è l’unico strumento di anonimizzazione di massa che abbiamo.

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