Neflix e la narrazione per stupidi

Negli ultimi mesi è circolato un breve intervento di Matt Damon in cui l’attore riflette su come lo streaming stia cambiando il modo di raccontare storie. Damon osserva che oggi molti film e serie sono scritti partendo da un presupposto inquietante: lo spettatore non sta davvero partecipando. Guarda, sì, ma con il telefono in mano, distratto, pronto a perdere pezzi fondamentali della trama. Per questo, racconta, gli autori sono spinti a dialoghi pallosi che ribadiscono continuamente la trama, anticipare le scene più spettacolari e semplificare la struttura narrativa. Non perché il pubblico sia più impegnato di un tempo, ma perché è meno concentrato.

Ed è qui che leggo il vero messaggio in sottotesto. Il problema non è che siamo diventati più indaffarati. È che, collettivamente, stiamo diventando più stupidi, o, quantomeno, più passivi, più dipendenti, più addestrati alla distrazione permanente. L’uso del telefono mentre si guarda un film o una serie non è “multitasking”, come amiamo raccontarci per sentirci efficienti: è dipendenza. È il segnale di un cervello che fatica a restare su un solo flusso di senso senza una continua micro-ricompensa, senza aggiornamenti dopaminici.

Il capitalismo della sorveglianza funziona esattamente così: frammenta l’attenzione, la misura, la monetizza. Le piattaforme non si limitano a distribuire contenuti, ma osservano, analizzano e modellano il comportamento umano. Se i dati dicono che dopo cinque minuti molti utenti prendono il telefono, la risposta non è educare all’attenzione, ma adattare il contenuto alla distrazione. Il risultato è un circolo vizioso: contenuti sempre più semplificati producono spettatori sempre meno capaci di concentrazione, che a loro volta giustificano ulteriore semplificazione.

Questa dinamica non è nuova, ed è sorprendente quanto fosse già stata immaginata dalla narrativa del Novecento. “La macchina del tempo” di H.G. Wells descrive un’umanità futura divisa in due: gli Eloi, passivi, infantilizzati, apparentemente felici, e i Morlock, che lavorano nell’ombra e comprendono come funziona davvero il sistema. “Metropolis” di Fritz Lang mette in scena la stessa frattura: in superficie una classe agiata e inconsapevole, nel sottosuolo una massa sfruttata ma cosciente del meccanismo che la opprime. Oggi non viviamo sottoterra o in giardini edenici, ma la divisione è sempre più cognitiva e culturale.

Da una parte c’è chi consuma interfacce chiuse, algoritmi opachi, sistemi progettati per ridurre la frizione e aumentare la dipendenza. Dall’altra chi prova a capire, smontare, resistere, come noi. Non è un caso che i due grandi ecosistemi mobili, iOS e Android, rappresentino due filosofie diverse: uno fortemente controllato, guidato, “protettivo” ma paternalistico; l’altro più aperto, ma anche più complesso e meno addomesticato. In entrambi i casi, però, l’obiettivo resta lo stesso: tenerti dentro, tracciare il tuo comportamento, trasformare la tua attenzione in valore economico.

Altri segnali vanno nella stessa direzione: l’autoplay che decide per te cosa guardare dopo, le notifiche progettate come stimoli pavloviani, le app che semplificano ogni scelta fino a eliminare la scelta stessa. Tutto converge verso un modello di essere umano meno autonomo, meno critico, meno capace di sostenere la complessità. Non perché sia incapace in origine, ma perché viene costantemente disabituato.

Quando Damon racconta che i film devono ripetere la trama perché “la gente è al telefono”, non sta solo parlando di cinema. Sta descrivendo una società che ha accettato la distrazione come norma e l’attenzione come eccezione. E se continuiamo su questa strada, la divisione immaginata da Wells e Lang non sarà più fantascienza o cinema espressionista: sarà semplicemente la nostra quotidianità.

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