Che fine ha fatto il metaverso?

Dalla fine della cacata di Zuckerberg all’irresistibile ascesa dell’Intelligenza Artificiale. Tra il flop che stiamo vedendo tutti, e la bolla che si annuncia, c’è un nesso.

Ogni giorno il sistema ci serve la tecnologia come fosse un sacramento: smartphone, smartwatch, YouTube, social network come Facebook, Instagram, TikTok. Tutti successi. Tutti miracoli. Mai un errore, mai un flop. Tutti bravi, maschi, bianchi, geni. Come se l’innovazione fosse una parabola ascendente verso la perfezione, invece che un’area cani disseminata di cacca.

E invece, di cacca, il settore ne ha in abbondanza, e in molti l’hanno pestata. Second Life: la “seconda vita” digitale dove avresti potuto essere chi volevi. Peccato che dalla prima vita non ci sia mai andato quasi nessuno. I Google Glass: gli occhiali che avrebbero dovuto renderti un cyborg fico, diventati il simbolo del tamarro che ti fissa in metro con una luce sulla tempia. Microsoft Zune: l’iPod killer che ha ucciso solo se stesso. Friendster: il social network che doveva unire il mondo e che il mondo ha dimenticato al primo appuntamento. MySpace: il social network che avrebbe dovuto trasformarci tutti in rock star, e invece… Potremmo continuare per ore.

Ma l’ultimo flop rischia di seppellirli tutti: il metaverso. Talmente importante che Mark Zuckerberg ci ha cambiato il nome dell’azienda: Meta. Un’inversione di identità degna di un film horror: il tizio che possiede Facebook, Instagram e WhatsApp ha scommesso tutto su un mondo virtuale dove nessuno ha voluto mai abitare. E oggi? Il metaverso non se lo incula più nessuno.

Forse perché l’attenzione della massa si è spostata su un giocattolo nuovo: i chatbot, gli LLM, quelle chat che noi chiamiamo Intelligenza Artificiale. L’IA vince facile, sostenuta com’è da una stampa entusiasta e acritica, e da articoli allarmisti sulle sue potenzialità malefiche, alla Skynet: tipo le IA che prendono l’iniziativa e sterminano l’umanità.

Dio, ci sono dubbi sulla sua pericolosità, sugli effetti sul lavoro, e sul suo impatto ambientale. Pare infatti che i data center che la fanno girare succhino energia come un vampiro al banchetto. E questo ha già scatenato battaglie politiche. Eppure, parafrasando Andreotti, anche chi la critica le fa pubblicità.

Ma attenzione: l’IA non è un flop, l’IA è una bolla. E le bolle, prima o poi, scoppiano. Sempre.

Chi lo dice? Non un complottista. David Cahn, partner di Sequoia Capital, uno che lavora per il nemico, per capirci, e che quindi non avrebbe interesse a denigrare il giocattolo. Nel suo celebre report “AI’s $200B Question” (poi aggiornato a $600B Question) ha fatto un conto semplice semplice: per giustificare gli investimenti in infrastrutture (GPU, data center, energia), l’industria dell’IA dovrebbe generare ricavi annui per 200-600 miliardi di dollari. La realtà? Le aziende del settore fatturano sì e no 10-20 miliardi.

Traduzione: investimenti a 13 cifre, ricavi a 11 cifre. Un abisso. Tagliata a fettine ancora più sottili: con il modello “abbonamento da 20 euro al mese” non si copre manco il costo dell’elettricità. La matematica non è un’opinione: è la cosa più anticapitalista che esista.

Quando la bolla scoppierà, cosa succederà? Ecco gli scenari che dobbiamo attenderci:

Meta e Google (gli unici attrezzati perché hanno già gli utenti e le infrastrutture) giocano la carta “servizi gratis in cambio dei tuoi dati”. La solita fiera del baratto dove la merce sei tu. Ma riusciranno ad alzare l’asticella di due ordini di grandezza senza sollevare la rivoluzione? Ricordiamo che un conto è profilare le ricerche, un altro è farlo con le parole, spesso anche intime, che scambiamo col nostro assistente virtuale, talvolta maestro, talvolta psicologo, talvolta madre. C’è una certa differenza tra “sai dirmi che ore sono a Nairobi?” e “mi sono appena separato e non so cosa fare con i figli”.

OpenAI e Anthropic giocano la carta opposta: alzare i prezzi per modelli di qualità, venduti alle aziende come fossero caviale. Perché se la corsa all’oro ha un vincitore, non è mai chi trova l’oro, ma chi vende i picconi. C’è però un problema: chi ha bisogno di picconi d’oro massiccio in un mondo sempre più competitivo in lotta sui prezzi? Con i cinesi che non stanno a guardare, poi.

Già: la Cina? Non gioca mai in difesa. Quando l’Occidente si distrae a gonfiare bolle, lei produce hardware, infrastrutture e modelli a costi che fanno piangere i fondi di venture capital.

E poi c’è l’outsider: l’open source, gli open weight. La possibilità che chiunque possa scaricare, modificare, eseguire un modello senza passare dal server del padrone. La democratizzazione della tecnologia è il sogno più bello della storia. Staremo a vedere.

Perché è questa la lezione che flop e bolle ci insegnano: la tecnologia non fallisce mai per caso. Fallisce perché non è progettata per servire l’umanità, ma per servire l’arricchimento smodato di pochi. L’obiettivo non è risolvere problemi, bensì gonfiare valutazioni, attirare investimenti, giustificare stipendi da miliardi.

Il metaverso è morto perché nessuno lo voleva. L’IA sta morendo perché costa più di quanto rende. E noi, in mezzo a questo carnevale di illusioni, continuiamo a farci raccontare che il futuro è luminoso.

Tenetevi pronti. Perché quando la bolla esploderà, i media cadranno dalle nuvole come hanno fatto le altre volte. Tenete in casa qualche sacchetto di popcorn. Lo spettacolo sta per cominciare.

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