Il complotto che conviene

Perché i “truther” del 9/11, e le varie teorie del complotto fanno un favore alla CIA.

Oggi è l’11 settembre. In Italia è la giornata della retorica, dei servizi in bianco e nero, del minuto di silenzio e della lacrima a comando. E ogni anno la stessa gerarchia: le vittime di New York svettano su tutte le altre, mentre sotto il tavolo spariscono i bambini palestinesi, i morti del Pakistan, dello Yemen, del Sahel, e tutte le guerre che nessuno ricorda più.

A quel punto parte la fiera. Il cuggino al bar, il post su Facebook, l’amico che ha visto il documentario. Le accuse sono sempre le stesse, e vale la pena elencarle perché chiunque le abbia sentite almeno una volta: le torri sono cadute in modo troppo regolare, troppo simmetrico, troppo simile a una demolizione controllata; il Pentagono non poteva essere colpito da un aereo, per via della traiettoria; il Building 7 è crollato senza che nessuno lo abbia toccato; i vigili del fuoco hanno riferito di aver sentito delle esplosioni.

Il problema non è essere svegli. Il problema è cosa ci fai con quella sveglia.

Perché il meccanismo funziona al contrario di come credono i complottisti. Nel momento in cui il discorso si sposta sulle incongruenze tecniche, chiunque abbia un po’ di mestiere, tipo un Mentana qualunque, ha un gioco facile: ti smonta il dettaglio, ti porta l’esperto, ti fa fare la figura del paranoico. E nel farlo compie una seconda operazione, molto più utile: assolve la CIA. Perché la domanda sul tavolo diventa “chi ha messo le cariche?” invece di “come sono stati usati i morti del 9/11, e per fare cosa?”.

Ecco la verità, molto meno spettacolare di un gomploddo: non serve un complotto per spiegare la politica americana. Serve la politica americana. La lista è sotto gli occhi di tutti, documentata, desecretata, scritta nero su bianco dagli archivi statunitensi. Non c’è niente da scoprire in un laboratorio segreto: basta leggere.

Partiamo dal Cile, un altro 11 settembre. 1973: Nixon e Kissinger rovesciano Salvador Allende, che era stato eletto democraticamente tre anni prima. Ne segue la dittatura di Pinochet: circa 3.000 morti e desaparecidos, oltre 28.000 persone torturate, e nel 1976 l’assassinio di Orlando Letelier, ex ministro di Allende, in pieno centro a Washington.

Prima c’era stato l’Iran, 1953. Il premier Mohammad Mossadegh nazionalizza il petrolio, e la CIA e l’MI6 organizzano il colpo di stato “Ajax”. Rimettono al potere lo Scià, che per venticinque anni reprime il Paese con la Savak. Da quella repressione nasce, nel 1979, la rivoluzione khomeinista. La Repubblica islamica con cui parliamo oggi è figlia di quella mossa geniale.

Poi il Guatemala, 1954: la CIA rovescia Jacobo Árbenz, colpevole di aver toccato le terre della United Fruit. Poi il Vietnam, con due o tre milioni di morti; il Laos, bombardato più di qualunque altro Paese della storia in proporzione alla popolazione; la Cambogia; l’Agente Arancio e i suoi effetti per generazioni. Poi il COINTELPRO, l’FBI che infiltra e distrugge le Pantere Nere. Poi Gladio, la strategia della tensione, la strage di Bologna. Abbiamo aggiornato il numero di morti? No, non è possibile, lasciamo perdere.

Poi l’Iraq degli anni Novanta: le sanzioni, mezzo milione di bambini morti, e Madeleine Albright che alla CNN dice che il prezzo valeva la pena. Poi il 2003, sempre Iraq: l’invasione fondata su prove false, la fiala raccontata da un informatore chiamato Curveball, il discorso di Colin Powell all’ONU, il memo di Downing Street che ammetteva che l’intelligence era stata aggiustata attorno a una decisione già presa. Il conto: da 150.000 a oltre 600.000 morti civili, a seconda dello studio, più 15.000 vittime mai conteggiate che i diari di guerra pubblicati da WikiLeaks hanno consegnato alla storia.

E da quel disastro nasce l’ISIS. La de-Baathificazione e lo scioglimento dell’esercito iracheno regalano al Califfato i quadri, le competenze e le armi. Tra il 2014 e il 2017 altri 67.000 civili morti in Iraq. In Siria il conto totale supera il mezzo milione.

Niente di tutto questo è una teoria. Sono fatti ammessi, con nomi, date, firme e numeri di protocollo. Allora a che serve inventarsi bizzarre teorie sull’auto-terrorismo del 9/11? Magari sono vere, non abbiamo la possibilità di verificarlo, ma cosa cambierebbe, in questo quadro disastroso?

E sul fatto che certe teorie vengano fatte circolare ad arte: è successo, ed è documentato. Nel 1962 i capi di stato maggiore americani firmarono l’operazione Northwoods, un piano per compiere attentati contro cittadini statunitensi e attribuirli a Cuba, in modo da giustificare un’invasione. Il documento è stato declassificato nel 1997. Quindi sì, i governi queste cose le progettano davvero. Ed è proprio per questo che le teorie del complotto sono pericolose: sprecano la credibilità che meriterebbero i fatti veri.

Un’ultima cosa, sul nome che ho usato prima. Venticinque anni fa, nel 2001, un collettivo italiano chiamato Autistici/Inventati è nato attorno a un server riciclato al quale avevano dato un nome beffardo: Paranoia. Lo avevano scelto come barzelletta, perché a chi protegge le proprie comunicazioni danno sempre del paranoico. Il mese scorso, agosto 2026, gli Stati Uniti hanno messo quel collettivo nella lista delle organizzazioni terroristiche. Venticinque anni dopo, la paranoia come metodo, cioè difendersi, cifrare, costruirsi un server, resta l’unica cosa sensata da fare. La paranoia come passatempo, cioè leggere dei crolli e sentirsi più svegli degli altri, serve solo a chi vuole che tu non faccia nulla.

Le cose vere si possono documentare, raccontare, archiviare e un giorno processare. Le cose false si smontano in diretta tv. Indovina a chi fa comodo.

 

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