Politici e scienziati di regime non sembrano particolarmente inclini ad ascoltare il dissenso. Il che, per una democrazia, non è esattamente una cosa simpatica.
Le parole pronunciate da Sergio Mattarella il 28 ottobre, in occasione dei Giorni della Ricerca al Quirinale, meritano una riflessione che vada oltre il consueto scontro tra Pro-Vax e No-Vax.
Il Presidente ha definito «sconcertante» l’opposizione pregiudiziale ai vaccini, associandola alla “diffusione di credenze irrazionali e fake news distruttive.” Ha evocato persino la necessità di contrastare chi cerca di “avvelenare” l’opinione pubblica. Insomma, pare che il problema non sia soltanto avere torto, ma anche contaminare l’aria con domande poco opportune. Non solo avete torto, ma puzzate pure.
Sia chiaro: non voglio contestare qui la ricerca scientifica e i suoi risultati straordinari: ha contribuito a salvare milioni di vite. Dio, potrei anche aggiungere che, magari, ha privilegiato leggermente quelle bianche e ricche, ma questo aprirebbe un fronte che non ho voglia di ingaggiare in questa sede. Proprio perché la scienza è una conquista della civiltà, tuttavia, sarebbe il caso di non trasformarla in una religione di Stato, con tanto di sacerdoti autorizzati a stabilire quali dubbi siano ammissibili e quali debbano essere espulsi dal consesso civile.
Il problema non è difendere la scienza. È stabilire chi abbia il diritto di parlare per lei e, soprattutto, se sia ancora consentito contestare decisioni politiche prese in suo nome. Perché un conto è un risultato scientifico, un altro è un decreto ministeriale: confonderli non è un progresso della conoscenza, ma un curioso arretramento della democrazia.
Durante la pandemia abbiamo assistito a un esperimento di amministrazione dei corpi piuttosto ambizioso. L’accesso al lavoro, a determinati luoghi e alla vita sociale è stato subordinato al possesso di una certificazione sanitaria. I dati relativi alla salute sono diventati strumenti di controllo degli accessi e della mobilità. Una straordinaria innovazione, verrebbe da dire, per chi coltiva l’idea che la privacy sia un simpatico accessorio radical-chic.
Si può discutere della necessità di alcune misure in emergenza. Quello che non si può fare è liquidare come irrazionale chi ne abbia contestato la proporzionalità, l’efficacia o il costo in termini di libertà individuali.
Un vaccino può anche essere utile, ma questo non comporta automaticamente che l’obbligo vaccinale sia, per ciò stesso, giusto. La protezione dalle forme gravi non equivale all’interruzione della trasmissione. L’arrivo di Omicron ha reso ancora più evidente quanto fosse necessario aggiornare le valutazioni scientifiche e, soprattutto, le decisioni politiche. Aggiornare le conoscenze dovrebbe essere un dovere della scienza, e non è stato fatto. Aggiornare le politiche delle istituzioni dovrebbe essere un obbligo dei nostri rappresentanti, e non è stato fatto.
Resta poi la questione della responsabilità. Chi ha subito effetti avversi deve ottenere ascolto, valutazione e, quando ne ricorrano i presupposti, assistenza e indennizzo. Chi ha perso il lavoro o ha visto limitati i propri diritti deve poter discutere della legittimità e della proporzionalità di quelle decisioni. Non dovrebbe essere necessario esibire un certificato di rispettabilità ideologica per ottenere udienza.
Non chiediamo che ogni dubbio venga promosso al rango di verità scientifica. Chiediamo soltanto che non venga preventivamente degradato a colpa morale.
C’è un aspetto ancora più inquietante. L’emergenza sanitaria ha contribuito a rendere normale l’uso di tecnologie di identificazione, raccolta e verifica dei dati personali. Chi pensa che questa sia una prospettiva preoccupante, non è automaticamente contrario ai vaccini. Può semplicemente essere contrario alla dittatura.
La privacy non è un capriccio individualista. L’autodeterminazione non è una concessione dello Stato. Il corpo non è una proprietà pubblica e la fiducia nelle istituzioni non si ottiene con la sorveglianza, le sanzioni o la stigmatizzazione. Altrimenti non è fiducia: è obbedienza, magari con un’interfaccia digitale particolarmente efficiente.
Mattarella ricorda che in cima alla scala dei valori sociali deve rimanere la persona. Benissimo. Sarebbe interessante applicare coerentemente questo principio anche a chi, durante la pandemia, non si è allineato alle indicazioni delle autorità. La persona, infatti, non smette di essere tale quando dissente. E non diventa meno degna di ascolto perché ha posto una domanda scomoda.
La scienza procede attraverso il dubbio, la verifica e la correzione degli errori. La democrazia dovrebbe funzionare allo stesso modo. Naturalmente, a condizione che le istituzioni non pretendano di essere esenti dalla revisione critica alla quale sottopongono tutti gli altri.
Non abbiamo bisogno di cittadini che credano ciecamente alle istituzioni, né di cittadini che rifiutino ideologicamente ogni acquisizione scientifica. Abbiamo bisogno di persone libere, informate, capaci di scegliere e di dissentire senza essere trasformate in nemici della società.
La scienza non ha bisogno di sudditi. La democrazia nemmeno. E se per difendere la prima dobbiamo sacrificare la seconda, forse è il caso di domandarci che cosa stiamo realmente difendendo.
