La tecnologia è neutra?

Su Radio Popolare, Pablo Iglesias Turrion, giornalista, commentatore politico e attivista, parla di Genova 2001 e di altro. Condivido quasi tutto, tranne la critica alla sinistra, a suo avviso in ritardo rispetto alla destra sulle nuove tecnologie. Questo sottintende una visione neutrale della tecnologia,  che non condividiamo affatto. Crediamo invece che il problema sia più profondo e strutturale, e che la sua analisi (per quanto acuta) rischi di confondere la causa con l’effetto.

Partiamo dal G8 di Genova del 2001. È vero, allora non c’erano smartphone, non esistevano i social network come li conosciamo oggi, l’algoritmo era una parola da ingegneri. Eppure, in quegli anni, la sinistra (o meglio, i movimenti) costruirono Indymedia, la prima rete di informazione indipendente, orizzontale, autogestita.

Poi arrivarono i social network. Facebook, Twitter, YouTube, Instagram. E anche qui la sinistra non è stata affatto in ritardo. La campagna di Obama nel 2008 è considerata il primo grande esempio di mobilitazione politica digitale: mailing list, social, piattaforme di micro-donazioni. Era una sinistra per così dire dei miei coglioni, moderata ma, tirandola per i capelli, progressista. E usava gli strumenti del tempo per vincere le elezioni.

Pochi anni dopo, in Italia, il Movimento 5 Stelle (anche qui ci sarebbe da discutere sull’essenza labour di questo partito) ha letteralmente costruito la sua ascesa politica su una piattaforma digitale proprietaria (il blog di Grillo, Meetup, poi Rousseau), sbaragliando il bipolarismo tradizionale con un linguaggio nativo del web. In Spagna, Podemos (e qui dubbi ce ne sono pochi) ha usato i social per rompere il bipartitismo e conquistare un’egemonia culturale in tempi record.

Dunque, la sinistra non è stata affatto “gramscianamente” cieca. Ha capito il mezzo, lo ha cavalcato, ci ha vinto elezioni e ha ci ha costruito sopra movimenti. Il problema è un altro: la tecnologia non è neutrale, è di destra. È un’arma letale, e chi la usa con buone intenzioni è destinato a soccombere di fronte a chi la usa facendo leva sulla paura.

La diagnosi di Pablo Iglesias, riportata nell’intervista, è affascinante ma, a mio avviso, terapeuticamente incompleta. Riconoscere che la destra è stata più “gramsciana” della sinistra nell’usare i social network è un atto di onestà intellettuale, ma rischia di ridurre il problema a una questione di tattica e di ritardo culturale. La sua conclusione (del tipo “dobbiamo fare meglio i video in verticale”) sembra la risposta di un designer di fronte all’incendio di una foresta.

Io credo che il problema non sia la mancanza di abilità della sinistra, ma la natura stessa del medium. La tecnologia, e in particolare l’architettura algoritmica dei social network, non è uno strumento neutro che la destra ha imparato a impugnare meglio. È un’arma progettata per esaltare la reazione più primitiva, e quella reazione si chiama paura. La sinistra non ha “perso” il controllo: ha semplicemente scoperto che il campo di gioco è inclinato a favore di chi grida “al lupo, al lupo!”.

Perché la paura è l’emozione più potente e più facile da orchestrare algoritmicamente. L’antifascismo, la solidarietà, la giustizia sociale sono sentimenti nobili, ma richiedono costruzione, complessità, tempo. La paura no. L’algoritmo non premia la complessità, premia il coinvolgimento , e quello lo ottieni più facilmente con un nemico da odiare che con un progetto da costruire.

Ecco perché, a mio avviso, la destra ha vinto la battaglia digitale. Non perché sia più gramsciana, ma perché il suo messaggio è perfettamente allineato con la logica della piattaforma. La destra parla di confini, di identità, di minacce, di ordine. Sono messaggi semplici, polarizzanti, virali. La sinistra parla di diritti, di inclusione, di complessità. Messaggi più difficili da veicolare in uno spazio che ti premia con 30 secondi di attenzione.

Qui arriviamo al cuore del problema, che non è più politico ma ingegneristico. Il modello di business dei social network è l’estrazione dell’attenzione. Per massimizzare il tempo di permanenza sulla piattaforma, l’algoritmo non premia la verità, la complessità o la solidarietà. Premia ciò che attiva il sistema limbico più antico del nostro cervello: la reazione di lotta o fuga.

La paura è l’emozione più potente perché è legata alla sopravvivenza. Paura del diverso (minaccia al gruppo), paura di perdere lo status (minaccia alla gerarchia), paura del futuro (minaccia all’esistenza). Un post che dice “i migranti stanno invadendo il tuo paese” genera un’attivazione emotiva immediata, un clic, una condivisione, un commento indignato. Un post che dice “abbiamo bisogno di una politica fiscale più equa e di un’accoglienza regolamentata” richiede riflessione, genera noia e viene relegato in fondo al feed.

La destra non ha “capito” meglio la tecnologia. Ha semplicemente fiutato l’affare. La paura vende. La rabbia vende. La semplificazione vende. La sinistra, con la sua cultura del dialogo, della mediazione e della complessità, è strutturalmente svantaggiata in questo ecosistema. È come conoscere la filosofia in un combattimento di MMA: nobile, ma inefficace.

Si può davvero fare una battaglia culturale dentro una macchina progettata per estrarre profitto dalla tua attenzione e dalle tue emozioni più basse? Non è evidente che chiunque entri in quel meccanismo, anche con le migliori intenzioni, ne venga inevitabilmente deformato?

Edward Snowden denuncia che l’infrastruttura stessa della rete (i cavi, i server, i database) è stata progettata per la sorveglianza di massa. Non è solo un problema di contenuti, è un problema di architettura. La tecnologia è di destra non solo perché i contenuti di destra funzionano meglio, ma anche perché la sua architettura profonda è autoritaria: centralizzata, proprietaria, estrattiva. La sinistra può anche vincere qualche battaglia di comunicazione, ma se il campo di gioco è disegnato da chi possiede i server e gli algoritmi, la partita è persa in partenza.

La sinistra può e deve combattere con il poco che ha. Ma la destra, nel frattempo, ha capito che non basta essere bravi sui social: bisogna possedere l’infrastruttura. Elon Musk compra Twitter e lo trasforma in una cassa di risonanza per la destra estrema. Trump fonda Truth Social. Google attua da monopolista dell’infomazione la sua campagna pro-Israele. Loro non giocano dentro il sistema, lo possiedono.

La tecnologia non è neutra. È di destra. È un’arma. E come tutte le armi, chi la impugna per primo con nobili intenti viene quasi sempre sopraffatto da chi la impugna senza scrupoli. Perché la paura vince sempre sulla speranza, quando il tempo di reazione è misurato in millisecondi e l’attenzione in secondi.

Che fare? Arrenderci? No. Ma dobbiamo smettere di giocare sul loro campo. Dobbiamo costruire piattaforme nostre, aperte, decentralizzate, non estrattive. Dobbiamo tornare allo spirito di Indymedia, ma con la consapevolezza che oggi il nemico non è solo la televisione di Berlusconi, ma l’intera architettura del capitalismo della sorveglianza. Solo così potremo sperare di non soccombere di nuovo.

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